• Staccioli Dr. Adolfo
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MINDFULNESS e MEDITAZIONE

La parola mindfulness è la traduzione in inglese del termine "sati", che nell'antica lingua “pali” significa consapevolezza della mente e del cuore: uno stato di coscienza che implica l’essere presenti all’esperienza, interna ed esterna, momento per momento. Questo stato è coltivato e sviluppato attraverso la pratica meditativa.

John Kabat-Zinn ha introdotto la mindfulness nella medicina occidentale, creando il Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) Program presso il Medical Center dell'Università del Massachussets; applicando in un contesto laico e dichiaratamente terapeutico la pratica buddista di consapevolezza, la cui origine risale all'insegnamento del Buddha.

Importante caratteristica di questa pratica è il "non giudizio" sui propri contenuti mentali (pensieri, emozioni), che aiuta a non rimanere intrappolati nella ruminazione, nell'autocritica e nell'autosvalutazione. Inoltre, la focalizzazione sul qui ed ora ci aiuta a vivere il momento presente, come se fosse l'unica realtà esistente, osservando la nostra mente e notando ciò che via via sentiamo e pensiamo.

 

Vi sono varie forme di meditazione, ma essa è essenzialmente un'attività della coscienza, in cui una parte della mente osserva e analizza il resto della mente.

Lo scopo, nella tradizione buddhista, è familiarizzarsi con gli stati positivi della mente: amore, compassione, pazienza, serenità, saggezza; in modo che possano nel tempo diventare più naturali e spontanei. Si tratta quindi di un'attività della mente che ha come fine la trasformazione della mente stessa, per renderla più positiva.

Il punto di partenza è sempre il prendere coscienza di quello che si è, con i nostri pensieri positivi e negativi, i nostri sentimenti, le nostre reazioni emotive; e lavorare su questo.

La stabilizzazione meditativa sviluppa un particolare tipo di concentrazione che ci permette di rimanere focalizzati su un oggetto: il respiro, un concetto, un'immagine, il flusso stesso della nostra mente. Essa è necessaria come base per ottenere una visione interiore ed una trasformazione della mente durevole e reale.

La meditazione analitica sviluppa la percezione intuitiva, che può farci cogliere la natura intima delle cose. All'interno dello spazio calmo e chiaro della meditazione, è più facile riconoscere i punti in cui il nostro pensiero sbaglia e correggerlo introducendo idee più realistiche e benefiche.

Le due forme di meditazione sono complementari e possono essere usate insieme nella stessa sessione.

 

La mindfulness, così come sviluppata nel contesto terapeutico, articola in vari passi successivi gli insegnamenti buddhisti, attraverso una pratica regolare e progressiva, che utilizza sia la stabilizzazione meditativa che i modi della meditazione analitica.

Essa ci mette in contatto, seguendo appunto i principi della tradizione buddhista, con la natura transitoria di sentimenti e percezioni: prestando ad esempio attenzione alle nostre sensazioni corporee, possiamo riconoscere l'andirivieni delle emozioni e aumentare il senso di controllo su di esse.

Gli esercizi di concentrazione dell'attenzione, in modalità meditativa, servono infatti a riconoscere gli automatismi della nostra mente, interrompere la catena di emozioni e giudizi, consentire alla mente di sperimentare una silenziosa tranquillità, indispensabile per passare all'analisi profonda dei fenomeni, che possono essere colti in modo diverso e visti secondo nuove dimensioni.

Il risultato è lo sviluppo di una nuova consapevolezza di sé, delle proprie relazioni con gli altri e della realtà in cui si opera.

 

I circuiti cerebrali implicati nella meditazione mindfulness sono stati ampiamente identificati: essi aumentano la regolazione attentiva e allentano l'interferenza emotiva sui compiti che richiedono attenzione, accrescono la flessibilità cognitiva, attivano le regioni del cervello coinvolte nella regolazione emotiva e inducono cambiamenti in regioni correlate alla consapevolezza corporea e alla paura (riduzione di volume di alcune parti dell'amigdala).

Inoltre le pratiche meditative, se mantenute nel tempo, modificano positivamente la struttura di alcune aree cerebrali implicate nella cognizione e nella gestione delle emozioni, favorendo il costituirsi, nel meditante, di uno "stile meditativo", che può consentire anche una più rapida fuoriuscita da una sintomatologia ansiosa e depressiva ed una maggiore resistenza alle ricadute.

Secondo recenti studi infatti, la mindfulness, oltre a ridurre lo stress e migliorare la qualità del sonno, è efficace appunto contro le ricadute delle crisi depressive; inoltre, ha effetti positivi su tutta una serie di aspetti somatici: aiuta ad abbassare la pressione, migliora la funzionalità del sistema immunitario, dei sistemi cardiocircolatorio e respiratorio, riduce il dolore; infine, coadiuva il trattamento di patologie autoimmuni, tumorali, reumatologiche e internistiche.

 

 

Bibliografia.

Carosella A., Bottaccioli F. “Meditazione, psiche e cervello”, Tecniche Nuove 2012.

Didonna F. “Manuale Clinico di Mindfulness”, Franco Angeli 2012.

Kabat–Zinn J. “Vivere momento per momento”, Corbaccio 2016.

Mc Donald K. “Come Meditare”, Chiara Luce 2013.

Poli E.F. “Anatomia della Guarigione”, Anima Edizioni 2015.

Van der Kolk B. “Il corpo accusa il colpo”, Raffaello Cortina 2015.

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